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Le Buone Notizie

Rubrica curata dalla nostra associata Elena Corna


7-Mangiar carne senza uccidere nessuno



Presto si troverà sul mercato la carne cosiddetta “pulita”, non derivante da alcuna uccisione. Singapore è stato il primo paese a metterla in commercio, da circa un anno. E’ una innovazione necessaria e inevitabile: è previsto infatti che la richiesta di carne aumenterà del 70% entro il 2050 ma si sa anche che gli allevamenti intensivi sono assolutamente insostenibili. Da queste premesse è nata la ricerca per la produzione di carne ottenuta dalla coltivazione di cellule staminali, prelevate senza torcere un pelo a nessun animale. Le staminali sono cellule non specializzate che hanno la capacità di trasformarsi in diversi altri tipi di cellule del corpo. Queste cellule vengono poi coltivate usando nutrienti vegetali (1).  Si producono così nuggets, hamburger e forse anche qualcosa che si presenti come una vera bistecca. A stimolare le ricerche non è stata tanto la pietas verso gli animali quanto l’urgenza ambientale; le stime indicano che la carne coltivata, rispetto al sistema attuale fatto di campi di concentramento e stragi (allevamenti intensivi), abbatterebbe almeno del 90% il consumo di suolo, di acqua e di emissioni di gas serra, oltre ad eliminare il problema dei reflui zootecnici.

Certo, si può obiettare che tanti investimenti e tanti sforzi di ricerca sono discutibili, visto che si può benissimo evitare la carne e mangiare legumi e cereali, e si dovrebbe in primis evitare gli sprechi e far sì che le derrate alimentari vengano distribuite in maniera più equa (2)… Realisticamente, però, appare più semplice “inventare” la carne coltivata che sperare in un’illuminazione etica generalizzata.

A settembre anche Leonardo Di Caprio, il cui impegno per l’ambiente è noto, ha annunciato che investirà nel settore, che comunque ha prospettive di ingenti guadagni (3).

Sia come sia, se questo innovativo sistema di produzione permetterà di porre fine alle sofferenze di milioni di animali e alla pratica ignobile degli allevamenti intensivi, allora è una gran bella notizia.

2 dicembre 2021
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6-Se questo è un uovo



Uno spiraglio di buona notizia viene dall’industria delle uova. Già l’espressione “industria delle uova” é raccapricciante. Tutti sappiamo delle condizioni aberranti in cui vivono le galline ovaiole in queste aziende, ma non tutti si sono chiesti che fine fanno i pulcini maschi.  Parte delle uova fecondate infatti, non vengono vendute ma allevate dall’industria delle uova allo scopo di avere a disposizione nuove generazioni di galline ovaiole.  Quando le uova si schiudono, però, i pulcini possono rivelarsi femmine oppure maschi, inutilissimi maschi. Ogni anno perciò vengono uccisi miliardi (la stima non è precisa, non ci sono dati sufficienti) di pulcini maschi, 300 milioni in UE e 40 milioni solo in Italia.  I pulcini maschi, invece di essere uccisi, non potrebbero essere allevati per diventare polli da carne? No, perché la logica perversa del profitto ha creato due industrie separate e diverse: l’industria delle uova ha selezionato galline adatte ad essere ovaiole che sono forzate a sfornare circa 300 uova all’anno, mentre l’industria della carne ha selezionato animali “a rapido accrescimento”, forzati a raggiungere 4 kili di peso in due mesi scarsi di vita, dopo i quali vengono uccisi e venduti come polli. I pulcini che nascono nelle aziende produttrici di uova non sono quindi redditizi perché crescono meno e più lentamente rispetto ai pulcini selezionati per diventare polli da carne. La strage si attua molto rapidamente: la massa di pulcini viene soffocata oppure triturata viva.  Sì, fa male a leggerlo e fa parecchio male anche a scriverlo.

Ecco, qualcosa si sta muovendo. Nei supermercati si trovano ora (non accadeva fino a poco tempo fa) delle confezioni di uova con la dicitura “Salvaguardia del pulcino maschio”. Segue la spiegazione: selezione delle uova che porteranno alla schiusa dei soli pulcini femmina, tramite sessaggio in ovo e senza uso di metodi invasivi.

Per “sessaggio in ovo” si intende un test molto poco invasivo detto in ovo-sexing, con cui è possibile stabilire il sesso del pulcino nei primissimi giorni di fecondazione delle uova.

Animal Equality, con la campagna “Fermiamo la strage dei pulcini maschi”, ha lavorato molto per sensibilizzare l’opinione pubblica e ha rivolto un appello al Governo italiano per chiedere che anche le istituzioni appoggino l’introduzione di questa tecnologia che eviterebbe la strage di pulcini maschi (1).

La COOP ha aderito all’appello di Animal Equality e ha annunciato che da settembre 2021 sarà presente una referenza di uova a marchio Coop da galline allevate all'aperto e sessate preventivamente con Agri Advanced Technologies (AAT), un sistema che permette di portare alla schiusa i pulcini femmina (2).

L’associazione Gabbie Vuote ODV ha interpellato direttamente la COOP che in effetti ha risposto documentando il suo impegno, che appare quindi sincero. In altri casi, ciò che viene pubblicizzato non è detto corrisponda alla realtà (3).

In Germania e in Francia è già stata approvata la legge che vieta di uccidere i pulcini maschi, e il Governo francese sta erogando finanziamenti per l’acquisto della strumentazione per i test in ovo sexing (4).

Le uova “maschili” vengono solitamente tolte dall’incubatrice e utilizzate per produrre mangime per altri animali, ma ci sono anche aziende che li allevano per poi venderli come galletti (5).  Il che significa che saranno mangiati.

Certo, la cosa migliore sarebbe evitare di divorare polli e galletti e cercare uova di galline felici, ma l’accresciuta sensibilità per la sorte dei pulcini maschi è comunque un passo aventi e dimostra che un numero sempre crescente di umani non è più disposto a tollerare pratiche crudeli, tipicamente umane.

19 ottobre 2021
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5-Le pellicce di visone sono bellissime



In effetti, le pellicce di visone sono bellissime.  Se c’è dentro tutto il resto del visone.

A giugno scorso, il ministro israeliano dell’ambiente Gila Gamliel ha firmato il provvedimento che vieta il commercio di pellicce. Israele è il primo Paese a rifiutare totalmente le pellicce (eccezion fatta per i copricapi religiosi, che restano consentiti; senza questa eccezione, la legge non sarebbe presumibilmente stata approvata.(1)

In questo senso ha già deliberato nel 2019 la California (il divieto entrerà in vigore nel 2023), ma Israele è il primo a farlo come intero Paese. Certo, con quel clima non è un gran sacrificio rinunciare alle pellicce, ma la vanità non bada alla meteorologia; ricordo una cospicua sfilata di pellicce uscire, la domenica di Pasqua, dalla chiesa di una piccola isola siciliana, a 38 gradi di latitudine e 27 gradi di temperatura.

L’India nel 2017 ha vietato l’importazione di pellicce di cincillà, visone e volpe da altri Paesi.(2)

Il caso di Israele, della California e dell’India sono quindi dei buoni esempi che si spera saranno seguiti da altri Paesi, perché il divieto di commercio non potrà che disincentivare anche la produzione. Molti sono già i Paesi che negli ultimi 20 anni hanno messo fuori legge l’allevamento di animali “da pelliccia” e alcuni si avviano in quella direzione (Giappone, Regno Unito, Austria, Olanda, Slovenia, Norvegia, Croazia, Germania).(3)

In Italia l’allevamento di visoni è ancora consentito, anche se il numero degli allevamenti è diminuito e un'ordinanza del ministro Speranza ha sospeso le attività degli allevamenti di visoni fino al 31 dicembre 2021, dopo la scoperta che alcuni visoni sono risultati positivi al coronavirus. La sospensione quindi è dovuta alla preoccupazione per la salute umana, non per la salute dei visoni.

Il ritrarsi dell’Europa dalla produzione di pellicce di visone è andato a beneficio della Cina, attualmente il primo produttore mondiale(4).

Per questo è fondamentale che ne sia vietato proprio il commercio, non solo la produzione.

Un grande aiuto è arrivato dal mondo della moda; nel maggio 2021 Valentino ha annunciato che dal 2023 diventerà fur free, come già lo sono Armani e Gucci, Prada, Balenciaga, Versace e Chanel(5).

Il merito va in gran parte alla famosa campagna PETA “Meglio nuda che impellicciata”, chiusa nel 2020 dati gli ottimi risultati ottenuti sensibilizzando modelle e attrici che si sono prestate alla campagna sensibilizzando a loro volta sia la gente che le case di moda(6).

Ma l’annuncio più clamoroso è un altro: alla fine del 2020 è stato reso noto che chiuderà, entro i prossimi due o tre anni, Kopenhagen Fur, la più grande casa d’aste di pellicce al mondo.

Martina Pluda, Direttrice per l’Italia di Humane Society International, ha dichiarato: “Stiamo assistendo a un calo significativo dei prezzi delle pellicce e ad un aumento dell’invenduto. Ci aspettiamo un’ulteriore decrescita della domanda di pellicce a causa dei focolai di Covid-19 negli allevamenti in tutto il mondo.”

Dunque la domanda di pellicce aveva subito una flessione anche prima della pandemia. Secondo Humane Society International, dato che Kopenhagen Fur gestiva quasi la metà del traffico globale di pellicce, la sua chiusura potrebbe segnare l’inizio della fine del commercio mondiale di pellicce(7).

Appena nel 2013 la IFTF, International Fur Trade Federation, ha comunicato trionfalmente che nel 2011/2012 le aziende del settore avevano venduto pellicce per 15,6 miliardi di dollari a fronte degli 11 miliardi di dieci anni prima; il settore nel decennio aveva conosciuto una crescita valutaria del 44% e le vendite negli Stati Uniti erano triplicate(8).

Dal 2013 sono passati solo 8 anni. In soli 8 anni la pelliccia sembra aver perso molto del suo appeal. Se davvero Kopenhagen Fur chiuderà, se sempre più case di moda diventeranno fur free, se altri Paesi arriveranno a fermare il commercio e/o la produzione di pellicce, allora assisteremo a un cambiamento rapidissimo, in termini di tempi storici, di cultura e di costume. Una vera rivoluzione.

  1. Cfr. www.ilsole24ore.com/art/pellicce-messe-bando-israele-e-primo-paese-vietare-vendita-AEto3GR
  2. www.lav.it/news/lindia-divieto-importazione-pellicce
  3. per dettagli cfr. www.innaturale.com/pellicce-naturali-in-quali-paesi-sono-vietate/ e anche www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/27/allevamenti-da-pelliccia-leuropa-li-vieta-litalia-resta-fanalino-di-coda/3758458/
  4. www.peta.org/about-peta/victories/chanel-bans-fur-exotic-skins/
  5. www.repubblica.it/esteri/2020/02/06/news/la_peta_vince_la_sua_battaglia_e_sospende_la_campagna_le_pellicce_hanno_perso-247779201/
  6. www.hsi.org/news-media/worlds-largest-fur-auction-house-to-close
  7. www.laconceria.it/pellicceria/il-mondo-vuole-la-pelliccia-il-suo-giro-daffari-mondiale-e-156-miliardi-di-dollari

Per approfondimenti, si segnala l’articolo:

14 settembre 2021



4-Un motivo in meno per mangiarsi il fegato?



Il detto “mangiarsi il fegato per la rabbia” non è campato in aria. Secondo la Medicina Tradizionale cinese, veramente la rabbia nuoce al fegato, così come la tristezza nuoce ai polmoni etc.

Coloro che hanno a cuore gli animali ne hanno tanti di motivi per arrabbiarsi e intristirsi, perché tanti sono i comportamenti e le pratiche che ledono gravemente i diritti dei viventi. Una di queste pratiche è l’abitudine di molti umani di mangiare il fegato altrui sotto forma di foie gras, per produrre il quale si fa uso del gavage, una tecnica troppo crudele per descriverla o anche solo per pensarci.

Talmente crudele che sempre meno persone e istituzioni sono disposte a tollerarla.  E’ questa la buona notizia. Praticamente nessun supermercato in Italia vende più il foie gras.  L’ONG Essere Animali ha lanciato nel 2015 la campagna #Viadagliscaffali che ha visto l’adesione, nell’ordine, di Pam, Esselunga, Eataly, Conad, Lidl, MD, Tigros, Sigma, Selex, Bennet, Crai e Carrefour. La Coop aveva già escluso il foie gras dalla vendita ancora prima della campagna. Mancava solo Iper la grande I, che ha aderito ora nel 2021 (www.essereanimali.org/stop-foie-gras).  Hanno aderito anche altre piccole attività commerciali, purtroppo non tutte. In Italia, come nella maggior parte degli Stati europei (tranne Francia, Spagna, Bulgaria, Ungheria e parte del Belgio) la produzione è illegale, per cui quello che si consuma viene importato dalla Francia che ne è la maggiore esportatrice.  Il problema non è risolto, perché i cosiddetti “buongustai” lo comprano online, ma è indubbio che il foie gras riscuote sempre meno consenso. Il Regno Unito, che ne aveva già vietato la produzione, sta ora valutando di bloccare anche l’importazione e la vendita in generale.

In California è già vietato produrlo, venderlo e servirlo nei ristoranti (la legge è stata promulgata dall’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger) e dal 2022 lo sarà anche a New York.  E’ interessante il fatto che i produttori statunitensi di foie gras avevano presentato ricorso contro l’ordinanza della California, ma la Corte Suprema l’ha respinto (www.latimes.com/business/la-fi-foie-gras-prohibition-court-ruling-20190107-story.html).

A luglio 2021 la start-up parigina ha annunciato di aver realizzato un foie gras da staminali raccolte da un uovo, senza torcere una penna nemmeno a un’oca, e pare che l’azienda sia in grado di immetterlo sul mercato già nel 2022 (https://robbreport.com/food-drink/dining/gourmey-releases-lab-grown-foie-gras-1234625037), mentre lo chef francese Alexis Gauthier, che lavora in Gran Bretagna, ha già creato un’alternativa vegana al foie gras (www.finedininglovers.it/articolo/vendita-foie-gras-vietata).

Per finire, una curiosità. Ancora prima delle campagne delle associazioni animaliste, una strenua lotta al foie gras è stata condotta dall’attore Roger Moore. E’ stato lui a convincere la catena inglese Selfridges a non venderlo più.  L’impegno di Moore per gli animali è stato costante e attivo e lo ha portato addirittura a rivolgersi alla regina Elisabetta. Nel 2017 Roger Moore è stato eletto persona dell'anno dall'organizzazione per i diritti degli animali PETA. Grazie a un’onorificenza conferitagli nel 2003 dalla regina Elisabetta, l’attore ha acquisito il titolo di Sir.  Titolo meritato, perché Sir Roger Moore nobile d’animo lo era davvero.

8 settembre 2021



3-Cittadini vegetali


Il primo luglio 2021 è stata pubblicata una notizia che molti cittadini hanno appreso con giubilo. La notizia è che il pubblico ministero ha chiesto la condanna di sette dipendenti comunali, fra cui l'ex direttore della Direzione Ambiente  e l'ex responsabile del Servizio Qualità del Verde.  Omettiamo per discrezione i nomi, del resto facilmente reperibili negli articoli di stampa (1).

Le accuse sono di falso, di deturpamento di bellezze naturali e di danneggiamento del patrimonio nazionale (per gli abbattimenti degli alberi in piazza Stazione e piazza San Marco, in area Unesco).

Le stragi di alberi non sarebbero state necessarie se il Comune avesse provveduto a una corretta manutenzione e cura. Da anni molte associazioni (Coordinamento cittadino tutela alberi, Italia nostra, ass. Piazza della Vittoria, la stessa Gabbie Vuote…) cercano di dimostrare che sono possibili altre soluzioni oltre alla strage, facendo fare perizie, raccogliendo firme , promuovendo convegni di esperti e presentando progetti alternativi e più rispettosi degli alberi e del paesaggio urbano. Invano, però.

Eppure, anche a prescindere dal rispetto dovuto agli alberi in quanto esseri viventi e senzienti (2), è risaputo che solo gli alberi possono salvare le città, particolarmente in questo periodo di cambiamento climatico. E’ talmente risputo che ne parlano da decenni persino i fumetti (3).
I vantaggi portati dagli alberi sono innumerevoli.

Nelle zone alberate c’è miglior drenaggio e riduzione del rischio di allagamenti, perché le chiome degli alberi assorbono il primo 30% delle precipitazioni, che da lì evapora direttamente senza raggiungere mai il suolo; un altro 30% di pioggia viene trattenuto dall’apparato radicale e poi assorbito dalla pianta.

E poi la protezione dal sole: nelle zone urbane alberate la temperatura percepita è inferiore di 5-15 gradi. Un quartiere che ha un buon ombreggiamento può registrare una riduzione del 15-30% dei consumi energetici, senza contare che guidare in viali alberati all’ombra è più piacevole, il che significa riduzione dello stress e del nervosismo, aumento dell’efficienza alla guida, abbattimento di emergenze quali malori...

Gli alberi sono anche un ottimo rimedio all’inquinamento, assorbendo monossido di carbonio, ossido di azoto e particolato (PM).  A Londra è da anni avviato un programma di abbattimento dell’inquinamento incrementando il verde e hanno calcolato che in un anno gli alberi di Londra assorbono circa 2000 tonnellate di polveri sottili.

E’ stato dimostrato poi (ma non ce n’era bisogno, è un’ovvietà) che i pazienti ospitati in ospedali luminosi che si affacciano sul verde hanno una degenza più breve, hanno bisogno di meno antidolorifici, dormono meglio e hanno meno ansia. Addirittura è stato varato negli USA il Progetto Alberi Guaritori (2002).

Ci sono anche vantaggi economici: una ricerca USA ha calcolato il rapporto fra il valore di un immobile e la sua vicinanza al verde. Quindi un immobile a 800 metri da un parco vale più di un immobile lontano da aree verdi, ma gli immobili a 150 metri da un parco valgono 12 volte di più di quelli a 800 metri! E le attività commerciali su strade alberate hanno un aumento del 12% del reddito.

Infine una curiosità: si è detto prima che i vantaggi sono incalcolabili. Ebbene, c’è chi li ha calcolati. Nel 2007 a New York è stata realizzata una ricerca per monetizzare il valore degli alberi, tramite un programma informatico chiamato Stratum. Sono stati immessi i dati relativi a: impatto degli alberi sul valore di una proprietà, quantità di CO2 e polveri eliminati, quantità di energia conservata dall’ombra e dalla traspirazione etc. Conclusione: gli alberi di New York danno un contributo annuale di 122 milioni di dollari (4)!

Dunque, che l’irragionevole strage di alberi sia oggetto di indagine è un’ottima notizia, e dovrebbe portare l’Amministrazione ad attuare, da ora in poi, strategie più oculate nei confronti dei cittadini vegetali.

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2-Viventi, senzienti e anche intelligenti, come già sosteneva nel 1908 Francis Darwin (figlio di Charles Darwin) e come si può sostenere ancora di più oggi con evidenze incontrovertibili. Vedi S. Mancuso, Verde brillante, Giunti 2013, p, 20 sgg.
3-
Z.P. e la crescirapida precipitosa, Pezzin-Gorlero 1991. Ma le storie su questo tema sono tantissime, a partire dagli anni ’70 (ad es. Topolino e la giungla d’asfalto, Gazzarri-Asteriti 1976)
4-Per tutti i dati riferiti cfr. N. Nadkarni, Tra la terra e il cielo, Elliot 2010. Bellissimo.

2 agosto 2021



2-Che nessuno abbia gabbia; la voce dei cittadini conta.


Talvolta chi difende i diritti degli animali si sente come chi cercasse di svuotare il mare con un secchiello; talvolta però la crudeltà non appare come un oceano ma come un’enorme piscina, di cui possiamo far calare il livello con i nostri secchielli.

C’è una buona notizia, infatti (già comunicata dall’associazione Gabbie vuote, ma repetita juvant, se a qualcuno fosse sfuggita…): il 30 giugno è stata annunciata la risposta della Commissione europea all’iniziativa dei cittadini europei End the Cage Age, che ha raccolto quasi un milione e mezzo di firme di cittadini europei.

La Commissione europea prevede quindi di vietare l’uso delle gabbie nell’allevamento, che ogni anno riguarda oltre 300 milioni di animali allevati nell’UE, programmando un'eliminazione graduale entro il 2027.

Il percorso è ancora lungo, perché la Commissione si propone di presentare una precisa proposta legislativa entro il 2023 per eliminare gradualmente e vietare l'uso delle gabbie negli allevamenti; la proposta dovrà poi avere l'approvazione del Parlamento europeo e del Consiglio dell'UE.
Il percorso è lungo ma questo grande primo passo indica che possiamo far sentire la nostra voce e che la sensibilità dei cittadini europei sta crescendo, se si pensa che in un solo anno sono state raccolte e convalidate 1 milione e 400.000 firme e che questa è stata la terza ICE (iniziativa dei cittadini europei) per numero di firme raccolte.

La mente e il cuore di molti cittadini europei si è espressa quindi con chiarezza: l’unica gabbia che va tutelata è la gabbia toracica, quella che protegge, appunto, il cuore.

L’uccello, che è organizzato per traversare a volo mezzo il mondo, è da noi chiuso in un breve spazio, dove esso muore lentamente e grida spasimando verso la libertà (…), ed il cane, il suo intelligente amico, è da lui legato alla catena! Io non posso mai vedere questo senza un’intima pietà per il cane e una profonda indignazione per il suo padrone”.
(Arthur Schopenauer, Parerga e Paralipomena)

Per saperne di più:
18 luglio 2021


1-Caccia: il momento è ORA


imgSe avrà successo l’eroica impresa di ottenere un referendum sulla caccia, occorrerà che nessuno si scoraggi, che tutti ci attiviamo perché i cittadini vadano a votare. Il problema infatti è il quorum. E’ paradossale che un popolo snobbi uno dei pochi strumenti di democrazia di cui disponiamo, ma questa è un’altra storia. Ci si augura che gli italiani vadano a votare in numero sufficiente, perché le prospettive di vittoria appaiono buone, visti alcuni fattori incoraggianti.

Il primo fattore è il calo del numero dei cacciatori, passato da 1.701.853 del 1981 a 791.848 del 2001 (dati ISTAT).

Il secondo è la “cultura anticaccia” (parole dei cacciatori, lo vedremo dopo) che appare diffusa fra la popolazione. Lo era già nel 1990, quando al referendum del 3 e 4 giugno il 92% dei votanti si espresse contro la caccia e per l’abolizione del diritto di accesso dei cacciatori nei fondi privati. Peccato che non si raggiunse il quorum, ma il sentimento prevalente era chiaro e lo è tuttora. L’ultimo sondaggio accurato (Eurisko per ENPA, 2005) rivela che gli italiani contrari alla caccia rappresentano il 74,1% mentre quelli favorevoli sono il 15,2%. Il 71,3% ritiene inoltre che l’attività venatoria sottragga a tutti una parte del patrimonio naturale e il 64,7 % è convinto che i cacciatori uccidano solo per divertimento.  E’ interessante che il 72,4% dichiara che andrebbe a votare in caso di referendum mentre il 17% è propenso all’astensione (Il sondaggio è scaricabile qui). Conclude Marina Berati: Appare chiarissimo che la quasi totalità degli italiani si dichiara contraria a certe pratiche particolarmente controverse (intorno al 90%), e in generale la stragrande maggioranza dei cittadini è nettamente contraria alla pratica della caccia in sé e per sé (70%). (Lo studio è del 2004. Berati  si basa su sondaggi precedenti).

Il terzo fattore è l’orientamento della magistratura, che ultimamente appare più propensa a condannare atti di violenza gratuita verso gli animali da parte dei cacciatori. Nel 2018 in Toscana un cacciatore ha sottoposto un cucciolo di cinghiale a sevizie e un altro ha ucciso senza necessità un labrador. Nessuno dei due è stato assolto (notizie dal sito della LAC). Circa 25 anni fa, sempre in Toscana, era stato assolto un cacciatore che aveva ucciso un cane domestico vicino a casa sua (del cane). Certo è azzardato trarre conclusioni da pochissimi casi, ma forse possiamo permetterci di prendere questi dati come un segnale confortante.

Si aggiunga che nel 2019 è uscito On the wild side di Giacomo Giorgi, forse il più completo e approfondito documentario sui diversi tipi di caccia e sui movimenti che la contrastano, un lavoro che contribuisce a smuovere coscienze e a far traballare indifferenze.

Nel frattempo, e magari anche questo è confortante, la comunità dei cacciatori sembra blandamente preoccupata. L’Associazione nazionale libera caccia promette di vigilare sulla proposta di referendum e afferma che la legge 157/92 va cambiata “sulla base delle richieste del mondo venatorio; questo sia chiaro”.

Chiaro per loro ma non per tutti; per quale motivo le richieste del mondo venatorio dovrebbero essere prioritarie rispetto a quelle del resto del mondo (prede comprese)? Oltre al possibile referendum, è il calo del numero dei cacciatori che li impensierisce. Un recente articolo (di R.Mazzoni della Stella) analizza  le cause del rovinoso declino e plaude a chi ravvisava l’esigenza di “un’attiva opera di educazione venatoria tanto dei cacciatori quanto di tutti i cittadini, perché si possa giungere a una maggiore e migliore difesa e cura di ogni qualsiasi specie di selvaggina”. Certo, uccidere è la cura migliore che ci sia. Poi, constatato che la passione per la caccia è inversamente proporzionale al grado di istruzione, afferma che “ il mondo venatorio non riesce minimamente a entrare in sintonia con questo esercito di giovani istruiti […] che  vengono consegnati alle suggestioni ambientaliste e animaliste, cioè a una cultura sostanzialmente anticaccia.” L’autore conclude che manca “una corretta cultura ambientalista”. Ha ragione. E’ mancata per troppo tempo ma ora si fa strada proprio perché l’ambiente è in serio pericolo. L’esercito di giovani istruiti a scuola studia l’Agenda 2030, ci riflette, si informa e si forma un’opinione e forse una sensibilità. Non viene “consegnato” e quello che apprende non è una suggestione ma una serie di fenomeni inquietanti (cambiamento climatico, estinzione delle specie…).  Altri esponenti del mondo venatorio incolpano la scuola di favorire il declino del numero dei cacciatori (cfr. ad esempio).

Non è detto che la scuola sia responsabile della crisi della caccia, ma sarebbe bello se fosse così; spesso gli insegnanti si sentono frustrati e dubitabondi ma, se è vero che la scuola ha sfornato un esercito di giovani contrari alla caccia, possono rincuorarsi: i loro sforzi non sono stati vani.

15 luglio 2021           



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