Randagismo in Toscana - Gabbie Vuote Firenze

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RANDAGISMO IN TOSCANA
- CANI -


Premessa
Non è necessario citare questo o quel giornale, questo o quell’articolo, questa o quella situazione, per sapere, senza ombra di dubbio, quasi senza eccezioni, che la legge quadro n. 281 del 14 agosto 1991 (a cui ha fatto seguito in Toscana la legge n. 43 del 25 maggio 1995 ) è stata applicata in minima parte e mai integralmente (vedi anche punto 1 e 2 della circolare del Ministero della Sanità 14 maggio 2001 n. 5).
I canili da risanare sono sempre da risanare e i canili municipali da costruire sono sempre da costruire. Le “buone intenzioni” vengono pubblicamente reiterate anno dopo anno dai nostri amministratori, i progetti svegliati momentaneamente dal letargo tornano a dormire i loro sonni tranquilli mentre la legge continua a tormentare la coscienza dei cittadini volonterosi e impotenti.
L’Italia è un paese che legifera molto, che ha leggi avanzate ma che, per dirla con Jung, “butta via il bambino con l’acqua sporca”.

Come si alimenta il randagismo
Il randagismo è alimentato:

  • dalla illegale e crudele abitudine di abbandonare gli animali, comprese le cucciolate indesiderate;

  • dai cani padronali lasciati liberi di andare dove meglio credono diventando quindi incontrollabili (vedi anche punto 3 della circolare del Ministero della Sanità 14 maggio 2001 n. 5);

  • dalla dispersione sul territorio dei cani dei cacciatori durante la stagione di caccia.

Queste tre categorie, cani abbandonati, cani dispersi e cani padronali liberi, vivono vicino all’uomo perchè, conoscendolo, non lo rifuggono; si uniscono facilmente in bande e si incrociano fra loro alimentando la schiera dei randagi.
Secondo lo zoologo Luigi Boitani sono tanti, soprattutto nelle zone rurali del Centro e del Sud Italia, sia sui monti dell’Appennino, sia lungo la costa. Sono incontrollabili e risultano i maggiori responsabili dei danni al bestiame e dell’incremento della popolazione dei cani rinselvatichiti (quelli che hanno reciso ogni legame con l’uomo e vivono in ambiti selvatici).

Canili in Toscana
In Toscana esistono 41 canili sanitari e 80 canili rifugio fra privati e pubblici ma vi sono altre numerose decine di canili dove vengono custoditi i cani dei cacciatori, non censiti, senza nome, senza autorizzazione, senza controllo sanitario.

Vita da cani
I cani vivono in strutture fatiscenti o inadeguate, anche pericolose, quasi sempre senza ambulatorio, cucina, magazzino, servizi  igienici (art. 12 e allegato B L.R. 43), senza impianti di smaltimento; recinti costruiti con materiali inadatti, di recupero e quindi versano in condizioni igieniche precarie (art. 24 del D.P.R. 8 febbraio 1954 n. 320 e art. 3 comma 2 della legge quadro 281).
I box risultano quasi sempre sotto dimensionati e sovraffollati, sono spesso senza copertura, permangono ancora coperture in lamiere di eternit proibito dalla legge (27 marzo 1992 n. 257); i cani sono sottoposti senza difesa al caldo, al freddo, alla pioggia, privi di spazi di sgambatura (allegato B L.R. 43), a volte senz’acqua o con acqua putrida, con cibo secco buttato per terra fra gli escrementi. Sono sporchi, assaliti da parassiti, spesso malati e non curati, contendono ai ratti il cibo e dividono con loro i veleni della derattizzazione incontrollata.
Se dura è la condizioni fisica quella etologica è, molto spesso, tragica.
Essendo un essere altamente sociale il cane ha estremo bisogno di relazioni intraspecifiche e interspecifiche perché si possa parlare di un accettabile stato di benessere e, naturalmente, di un’adeguata assistenza sanitaria (Dr. Osella Università di Torino).
Invece moltissimi cani vengono condannati alla prigionia non solo del canile ma della propria cella, abbandonati all’inedia, senza un referente umano, senza stimoli; la nevrosi si manifesta sovente in varie forme: con spasmodica aggressività, con una timidezza che rasenta il terrore, con  gesti ripetitivi o con l’inerzia assoluta.
I canili, anche quando sono figli della zoofilia, sono gestiti da associazioni cinofile che non hanno sviluppato la conoscenza degli effettivi bisogni dell’animale né la preoccupazione di conoscere questi bisogni (Dr. Roberto Marchesini, veterinario e saggista).
Canili così concepiti diventano lager, un’offesa all’umanità, una caduta di umanità.

Il “businnes” dei canili

Ormai sono in molti a dichiarare apertamente (associazioni, specialisti, politici) che i canili, sia di privati ma anche di associazioni, rappresentano un vero affare.
Già nel 2001 Annamaria Procacci ha tenuto alla Camera una conferenza stampa insieme ai rappresentanti di LAV e Peta nella quale affermava che tra i nemici della 281 ci sono senza dubbio le cooperative improvvisate che “al solo scopo di prendere soldi dai comuni e dalle ASL inventano canili lager” e gli enti locali e le ASL “colpevoli di una gestione burocratica e irresponsabile della legge” (fonte ANSA).
La LAV, (AGI feb. 2001) dichiara: “Canili lager, strutture sovraffollate, prive delle necessarie condizioni igienico sanitarie ed inaccessibili agli esterni, cani lasciati liberi di sbranarsi, convenzioni miliardarie utili solo ad arricchire loschi approfittatori”.
Sempre nel 2001 l’ispezione di 315 canili in tutta Italia da parte dei Carabinieri del NAS ha confermato il business di 500 miliardi l’anno di vecchie lire prelevate direttamente dai fondi pubblici (fonte LAV).
In queste strutture un cane significa una retta giornaliera di circa 4 o 5 euro, mentre la spesa effettiva destinata alle sue cure e mantenimento è sensibilmente inferiore, fornendo ampi margini di guadagno (volantino LAV).
Dal conteggio del Ministero della Sanità del 2001, nei canili sono rinchiusi 860.610 cani randagi per ciascuno dei quali le amministrazioni locali versano da 1,50 a 6,50 euro al giorno. Un giro d’affari che nel 2002 (dati LAV) ha sfiorato i 300 milioni di euro naturalmente in crescita.
Sono ormai cronaca quasi quotidiana in Italia, anche nella nostra Regione, i casi di canili denunciati convenzionati con un gran numero di comuni che spendono denaro pubblico senza preoccuparsi di controllare il benessere dei cani (del quale sono responsabili), il rispetto della legge (della quale sono tutori) e delle condizioni contrattuali (delle quali sono i redattori).
La circolare ministeriale n. 5 del 14 maggio 2001 relativa all’attuazione della legge 281 sottolinea un elemento importante, per niente scontato: “l’economicità deve essere riferita non solamente a chi garantisce minori costi di gestione dei canili ma soprattutto a chi garantisce anche il benessere degli animali.”

Principio di responsabilità
Nei paesi più avanzati il problema randagismo è stato risolto.
Per esempio: non esiste in Austria né in Svizzera dove è perfino proibito mutilare i cani d alcune razze e dove ai proprietari si raccomanda di assicurare la compagnia di un simile al proprio animale.
Non esiste in Danimarca, dove tutti i cani sono registrati in virtù dell’obbligo di assicurarli.
Non esiste in Inghilterra un solo cane randagio pur avendo gli inglesi una popolazione di quasi 6 milioni di cani, tutti tenuti rigorosamente sotto controllo.
Le varie istituzioni in ambito regionale dovrebbero accollarsi l’onere morale di considerare la lotta al randagismo non soltanto un’azione a favore degli animali ma anche un esempio di civiltà e di responsabilità verso la società.
Accollarsi realmente quest’onere significa impegnare in concreto denaro e iniziative per attuare le leggi esistenti.

Dove intervenire

  • Informazione –  Se si esclude la sensibilità propria, l’informazione è la base di ogni acquisizione culturale ed è necessaria per far conoscere leggi e comportamenti e indispensabile prima di ogni azione repressiva da parte dell’Amministrazione. Può essere attuata in vari modi: attraverso i manifesti (pratica ormai obsoleta in quanto poco efficace), con articoli sui giornalini di quartiere, rubriche settimanali sui quotidiani locali, con l’applicazione di vetrofanie, con l’invio e la distribuzione di volantini, servizi radio ma, soprattutto, con periodici interventi alla televisione (bollettino regionale). Alcuni TG nazionali (Studio Aperto e Striscia la Notizia) trasmettono quotidianamente o con periodica regolarità servizi sugli animali così facendo aprono un universo a troppi sconosciuto.

  • Anagrafe – La clandestinità facilita l’abbandono. L’iscrizione all’anagrafe canina e il controllo del tatuaggio sono una tra le operazioni prioritarie. Anche il Ministero della Salute lo ribadisce nella circolare n. 5/2001. In Italia degli oltre 7 milioni e mezzo di cani stimati, soltanto il 41% risulta tatuato nel centro nord e il 16% nel sud e nelle isole (Piero Genovesi zoologo INFS).  A Milano nel primo semestre del 2003 solo il 30% dei cani abbandonati era tatuato (Lega nazionale per la difesa del cane). Sappiamo che è molto più facile abbandonare i cani non tatuati e che l’abbandono provoca la morte all’80% dei cani (incidenti stradali, fame, malattie, avvelenamenti) mentre il restante subisce forse una sorte più atroce: nei laboratori di vivisezione e nei canili lager.

  • Sterilizzazione – La sterilizzazione dei cani randagi da parte dell’ASL o attraverso convenzioni con ambulatori privati può essere estesa con particolari convenzioni anche ai cani di proprietà essendo un importante freno alle cucciolate indesiderate, relativi abbandoni e incremento del randagismo. Anche questa operazione è consigliata come prioritaria dal Ministero della Salute nella circolare n. 5/2001 oltre che essere continuamente sollecitata dalle associazioni zoofile e animaliste.

  • Controllo di canili, allevamenti, negozi e pensioni per animali – Il controllo di tali strutture, dei loro registri, delle autorizzazioni, permette non solo di rilevare i casi di maltrattamento ma anche altre irregolarità ed evasioni. Inoltre consente all’Amministrazione comunale di verificare la corretta gestione contrattuale da parte del titolare della convenzione e conseguente giusto utilizzo del denaro pubblico. Permette alle Amministrazioni di dare esempio di rigore e organizzazione premessa indispensabile della lotta al randagismo e della tutela degli animali di affezione.

  • Adozioni – Se il corrispettivo ottenuto per gestire un canile viene misurato in termini di cani ospitati è ovvio che da parte del gestore non ci sarà alcun interesse a incentivare le adozioni. Il canile spesso viene anche considerato un feudo, come tale disincentiva il flusso del volontariato e custodisce morbosamente gli animali come fossero di proprietà. I Comuni devono quindi promuovere le adozioni con ogni mezzo sia per evitare il collasso dei canili, sia per ridurre le spese di mantenimento dei cani, sia, soprattutto, per attuare il primo scopo della Legge: il benessere degli animali. Secondo Roberto Marchesini: “L’adozione  è l’unico vero obiettivo del canile. Ecco il grande valore aggiunto, sia per l’uomo che per l’animale: trasformare un vicolo cieco in un momento transitorio della vita dell’animale”.

  • Risanamento strutture - Più che risanare occorre promuovere la trasformazione dei canili (luoghi di detenzione) a centri di servizio cinofilo e di consultorio zooantropologico, dove avvenga l’incontro delle persone con gli animali, la preparazione all’adozione, l’informazione. E’ necessario che il canile abbia un filo diretto con gli organi istituzionali preposti, uffici municipali e servizio veterinario, con il volontariato zoofilo e animalista, associazioni e comitati, con il volontariato sociale. E se il valore aggiunto di un canile è l’adozione, occorre invitare la gente a frequentarlo; da qui la necessità che il canile  sia un luogo piacevole, un parco: invece di andare allo zoo si va al canile.

  • Educazione scolastica –  E’ importante che i bambini e i ragazzi vengano educati al rispetto degli altri esseri viventi considerato che saranno i cittadini del futuro. Avvicinandoli agli animali fin da piccoli attraverso lezioni in classe, filmati, esperienze dirette, visite a canili sviluppano quella conoscenza della natura e delle scienze naturali che i programmi scolastici italiani non elargiscono.


Conclusioni

• se si controllassero con determinazione il tatuaggio e l’iscrizione all’anagrafe canina,
• se si vietasse ai proprietari di lasciare liberi di vagare i propri cani,
• se si procedesse alla sterilizzazione delle femmine dei canili e si promuovesse la sterilizzazione di quelle di proprietà,
• se si affidasse all’adozione il ruolo principale per la lotta al randagismo e lo svuotamento dei canili,
• se si producesse un martellante confronto, anche interattivo, coinvolgendo  la cittadinanza, attraverso i canali di informazione
potremmo ottenere un effettivo risultato di riduzione se non di azzeramento del randagismo e la Toscana potrebbe essere ancora un ottimo esempio di civiltà.

Firenze, maggio 2014



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